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Breve storia del bon ton

Le origini

La moderna concezione di “buone maniere” si è sviluppata nel periodo rinascimentale, quando la morale virtuosa (honestum) e le forme esteriori di comportamento (decorum) si precisarono e differenziarono progressivamente.

Fino ad allora virtù e contegno esteriore erano considerate come un concetto unico ed inscindibile patrimonio delle élite cortigiane e cavalleresche. Nel XV sec., con il declino della cultura di corte, l’ideale di comportamento moralmente ineccepibile e cortese legato all’antica istituzione dei cavalieri divenne collettivo e attraverso la nobiltà si estese a tutta la popolazione.

Con l’avvento dell’Umanesimo si iniziarono a stabilire rigide norme di comportamento basate su obblighi morali. In questo senso ebbe un ruolo determinante l’opuscolo De civilitate morum pueriliumdi Erasmo da Rotterdam, le cui indicazioni nei sec. successivi vennero riprese alla lettera oppure adattate alle esigenze del momento. Tuttavia, fino alla fine del XVIII sec., punto di riferimento dell’individuo civilizzato rimase l’uomo cortese, il Cortegiano, descritto nell’omonimo trattato dal conte Baldassarre Castiglione. Egli sapeva affermare i suoi interessi e farsi valere nella società grazie a un raffinato modo di porsi, alla cortesia e all’abilità nel gestire i contatti sociali, sempre mosso dagli ideali della bellezza e dell’armonia estetica espressione di un animo nobile e elevato. Garbo, intelligenza e cortesia, in diversa declinazione, conservarono la loro validità fino al XIX sec. nell’ideale dell’honnête homme.

Agli albori dell’epoca moderna le regole della buona educazione, sia cortesi che borghesi, costituivano, unitamente ai precisi dettami dell’etichetta e del cerimoniale inerenti al modo di agire e di parlare in politica e società, una sorta di grammatica del comportamento: definivano cioè la forma corretta e il significato delle diverse azioni nei rapporti interpersonali. Il totale disciplinamento del comportamento, che includeva persino la scelta delle forme più opportune di saluto e di commiato nella corrispondenza epistolare, doveva infondere nell’individuo sicurezza nelle relazioni sociali affinché potesse affrontare qualsiasi situazione con disinvoltura.

E’ proprio in questo contesto che Monsignor Giovanni Della Casa scrisse il suo celeberrimo trattato Galateo overo De’ Costumi. Tale l’importanza rivestita dall’opera che il titolo divenne simbolo per l’antonomasia di quel codice di norme, che regge le relazioni tra gli uomini civili. L’ossequio di un determinato galateo variava a seconda dei ceti: mentre le classi superiori non erano tenute a osservare tutte le regole verso i ceti subalterni, questi ultimi le dovevano sempre rispettare. Questa asimmetria si manifestava anche nei diversi gradi di pudore. Un membro delle classi alte, ad esempio, si spogliava senza imbarazzo di fronte ai domestici, ma non davanti ai suoi pari.

L’Illuminismo sviluppò una nuova visione del comportamento legata al suo interesse per l’uguaglianza e la felicità universali. In opposizione all’immagine pessimistica dell’uomo dell’età barocca, secondo l’Illuminismo tutti i rapporti dovevano naturalmente fondarsi sulla convivialità e sull’amore per il prossimo e la cortesia formale doveva cedere il posto al principio dell’apertura e della naturalezza. Tuttavia questa critica dell’ordine gerarchico in base ai nuovi principi risultò ambivalente tanto per gli illuministi che per le classi borghesi emergenti e fu all’origine di insicurezze e incertezze nei contatti sociali.

Con il declino dell’euforia illuministica e, ancor più, in seguito al bilancio negativo o alla ricerca di una relativa sicurezza, le forme aperte di comportamento sociale persero terreno già all’inizio del XIX sec. Tornarono in auge gli imperativi a dominare corpo, mimica e gestualità. La letteratura sulla buona educazione, spogliata dei suoi fini programmatico-illuministici, suggeriva al piccolo borghese, desideroso di affermarsi, come emergere per mezzo dell’ambizione, della forza di volontà e dell’assimilazione di buone maniere. La buona creanza, investita di nuove connotazioni ideologiche, divenne un’operazione autodeterminata e intenzionale.

Le buone maniere borghesi, misura e obiettivo di ogni comportamento, si traducevano nel manifestare e mantenere un contegno, vale a dire nel dominare il proprio corpo, i propri affetti e le proprie emozioni. Chi desiderava farsi strada nella società borghese doveva apprendere un portamento corretto e un linguaggio corporeo compassato. Ciò valeva in particolare per le donne, il cui comportamento e autocontrollo erano soggetti a norme più severe rispetto a quelle destinate agli uomini, come risulta dai manuali di buona creanza per donne e fanciulle scritti dopo il 1850, che dedicavano particolare attenzione alle forme esteriori, alla conversazione e all’etichetta, nonché a questioni riguardanti la moda e la società, lasciando ad altre forme di letteratura l’educazione spirituale e sentimentale.

Nel contesto borghese, portamento e buone maniere nelle relazioni con individui appartenenti al medesimo ceto o a classi superiori simboleggiavano padronanza di sé, stabilità, affidabilità e rettitudine, ossia onestà e rispettabilità. Contegno borghese e portamento corretto venivano utilizzati ai fini dell’autorappresentazione e per definire precisi confini rispetto alle classi inferiori. Con l’affermarsi del postulato secondo cui le norme comportamentali delle classi inferiori dovevano essere adeguate a quelle del ceto borghese, le buone maniere conseguirono un carattere universale.

Le regole della buona educazione furono tuttavia anche un importante strumento di disciplinamento sociale. Sebbene i libri di galateo aspirassero ad essere completamente aclassisti, apolitici e astorici, essi continuarono a mantenere il caratteristico indirizzo borghese e rivendicavano validità universale.

Le buone maniere nell’era moderna

Con la fine dell’800 e l’avvento del Novecento l’etichetta lasciò spesso spazio allo snobismo ed all’ostentazione e, dopo alterne fortune, venne quasi totalmente obliata alla fine del secolo.

In Italia, nel secondo dopoguerra, Il saper vivere di Donna Letizia elargiva consigli e regole di comportamento alle donne che, dimenticati i duri anni di guerra, tornavano ad interessarsi, all’alba del boom economico, all’etichetta.

La rivoluzione culturale degli anni ‘60, richiamandosi agli ideali illuministici di naturalezza e spontaneità nei confronti della propria persona e degli altri, rese le tradizionali regole della buona creanza più flessibili e rafforzò la tendenza all’individualizzazione e pluralizzazione del comportamento esteriore.

Negli ultimi tempi, segnati da una sempre maggiore diffusione dei cattivi costumi e della maleducazione, si sta tornando a porre attenzione all’arte delle buone maniere, simbolo di eleganza e raffinatezza, adesso liberate dal loro esclusivo dominio delle classi sociali più elevate.